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Sprechi alimentari. Consumatori pronti a impegnarsi ma le aziende devono fare la propria parte 

Nov. 18 2021

Sostenibilità, equità e cibo sprecato. Un tema con delle forti e profonde implicazioni, ma di cui non sempre si coglie completamente l’impatto sul presente e sul futuro del Pianeta e della vita dei suoi abitanti. Ultima dimostrazione è lo scarso interesse riservato alla questione durante l’appena terminata Conferenza sul clima di Glasgow (COP26).

A livello globale, 121 chilogrammi di cibo a testa vanno sprecati ogni anno.  Qualcosa come 931 milioni di tonnellate di prodotti alimentari sono stati gettati senza essere utilizzati. Cioè il 17% della produzione alimentare globale così suddiviso: 11% a casa, 5% nel servizio alimentare e 2% nei punti di vendita al dettaglio. Se poi si considera che il 14% del cibo prodotto si perde tra il momento della raccolta e quello della vendita, allora a livello monetario si stima una perdita di oltre 400 miliardi di dollari all'anno. A dirlo Food Waste Index Report del 2021 di Unep (Nazioni Unite).

Si tratta di numeri che impressionano e che dovrebbero guidare le scelte di politiche alimentari delle nostre società. Le ragioni? Almeno due e piuttosto importanti: prima, perché come contraltare a questo spreco vi sono circa 690milioni di persone che ancora soffrono la fame e altre 3 miliardi che non possono seguire una dieta sana. Seconda, perché circa l’8-10% delle emissioni globali di gas a effetto serra è riconducibile alla produzione di alimenti mai consumati. Non dimenticando che il cibo prodotto e inutilizzato ha avuto impatti negativi anche su altri ambiti, come l’utilizzo di risorse quali acqua o suolo.

In Italia va un po’ meglio, soprattutto osservando gli ultimi dati sulle abitudini di consumo presentati dallo Waste Watcher International Observatory. Secondo quanto emerso nel Rapporto 2021 si scopre che sono 27 i chilogrammi a testa di cibo gettati nella spazzatura da ognuno di noi. Un risultato buono se si confronta con il dato del 2019, quando i chili erano oltre 30. Al di là delle tonnellate di prodotti alimentari salvati dalla spazzatura, anche nel nostro Paese i numeri colpiscono: vale infatti 6 miliardi e 403 milioni di euro lo spreco alimentare domestico, mentre ammonta a quasi 10 miliardi di euro quello relativo all’intera filiera (ovvero unendo commercio e distribuzione). 

Quindi, diseguaglianza e spreco: la sostenibilità di cui tanto si parla e a cui dobbiamo tendere passa dalla riduzione di questi fenomeni. Non è un caso che tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU vi sia anche quello – il numero 12 – dedicato a “garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo” e, in particolare, a combattere e dimezzare lo spreco alimentare.

Sulla stessa linea si è mossa, nel 2020, l’Unione europea con From Farm to Fork, la strategia che punta a rendere il sistema food comunitario sempre più sano, sicuro, giusto e ambientalmente sostenibile. E la sfida al 2030, oltre a passare da una trasformazione nel modo di coltivare (più biologico e meno pesticidi) e di consumare (standard elevati e informazioni precise per abitudini più sane) viene vinta se si arriva a un sistema in grado di evitare gli sprechi.

Come si pone l’opinione pubblica? Gli italiani sono quasi unanimemente concordi nel voler porre freno a questa situazione: l’85% vorrebbe che il cibo invenduto e ritirato da supermercati o aziende alimentari venisse per legge donato ad associazioni che si occupano di assistere persone bisognose. Un’attenzione al sociale probabilmente acuita dalla sensazione di precarietà economica provocata dalla pandemia. In ogni caso, fra i primi ammonimenti che i genitori italiani fanno ai figli riguarda proprio il divieto di sprecare (83%).

La tendenza è piuttosto chiara: buttare il cibo desta preoccupazione, senso di colpa, fastidio nel consumatore medio, in special medo quando si sente direttamente responsabile a causa di spese alimentari mal pianificate o di acquisti eccessivi e in fondo non necessari (overbuying).

La conseguenza? Come riportano le inchieste demoscopiche degli ultimi anni, i consumatori dichiarano di volersi impegnare nel porre un freno a questo fenomeno.

Il Rapporto COOP 2021 ci restituisce un quadro interessante. Una buona parte dei nostri connazionali pretende da aziende e distributori trasparenza, orientando gli acquisti sempre più verso quei soggetti che “dimostrano un impegno concreto a supporto dell’ambiente, della comunità e del territorio”. Tradotto in percentuale significa che nei primi sei mesi del 2021, il 70% degli italiani ha acquistato prodotti alimentari e bevande di marche attente al tema della sostenibilità ambientale. Il 62% ha acquistato prodotti di aziende che adottano scelte green credibili, mentre il 60% si è rivolto a brand impegnati nella sostenibilità sociale.

Senza dimenticare che 7 milioni di persone seguono una dieta zero-waste (Rapporto COOP 2021).

Impegno personale, certo, ma i consumatori affermano di non voler essere i soli a farlo: in particolare, supermercati e aziende alimentari devono contribuire alla riduzione degli sperperi. Un meccanismo di condivisione del peso da sostenere assolutamente normale che viene registrato anche quando viene richiesta alla comunità l’adozione di comportamenti ecosostenibili come, ad esempio, una raccolta differenziata coscienziosa, una riduzione dei consumi di plastica, la scelta di una mobilità alternativa all’auto. Ma come possono le aziende rendere concreto agli occhi dei propri clienti l’impegno verso atteggiamenti sostenibili e responsabili come la riduzione degli sprechi?

Una soluzione è rappresentata da Food Waste Reduction, uno standard di certificazione non accreditato creato da Bureau Veritas, che permette di certificare il proprio sistema per la prevenzione e la gestione delle perdite e dello spreco alimentare. 

Lo standard si basa su un approccio che consente di dimostrare la corretta gestione e prevenzione delle perdite e degli sprechi alimentari tramite un’attenta analisi delle cause, la definizione un piano di prevenzione e miglioramento, l’attuazione delle relative azioni e il monitoraggio dei risultati.

Chi può essere certificato? Qualsiasi operatore della filiera alimentare può richiedere la certificazione ai sensi del Sistema per la prevenzione e la gestione delle perdite e dello spreco alimentare (produzione primaria, aziende di trasformazione alimentare, grande distribuzione, grossisti e punti vendita in ambito alimentare, ristorazione collettiva, logistica in ambito alimentare).

Tale sistema può essere integrato ad altri di gestione già esistenti (ISO 9001, ISO 22000, ISO 14000).
I vantaggi? Ottimizzare i propri processi di produzione riducendo al minimo il rischio di perdite e sprechi; ridurre i costi economici dovuti alla cattiva gestione di perdite e sprechi alimentari e infine 
ottenere un supporto per l’allineamento alla strategia dell'UE From Farm to Fork e con l'SDG12 per dimezzare lo spreco alimentare globale pro capite entro il 2030.

Food Waste Reduction
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